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Tradizioni

Il carnevale morto

Il carnevale morto
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La più originale manifestazione carnevalesca dell'area santafiorese è il Carnevale morto (l'ultimo martedì di carnevale) unico esempio sopravvissuto di celebrazione teatrale e popolare intorno alla morte e al testamento del Carnevale.

Si tratta di uno spettacolo itinerante, fortemente simbolico e autorappresentativo, che si snoda per le vie e le borgate di Marroneto attraverso momenti di autoconfessione, il «testamento», e di bonario antagonismo nei confronti del potere: le figure uffi ciali del Dottore, del Frate e del Notaio contrapposte sia a quelle fantastiche del Carnevale e della Quaresima sia a quelle inferiori dei Gobbi, del Gaudente e degli stessi paesani.

La trama della rappresentazione è semplice: il personaggio (di solito un uomo spiritoso e ridanciano) che impersona il Carnevale, in mezzo alla comune allegria dell'ultimo veglione, si sente male, agonizza, cade morto. A nulla serve l'intervento del Dottore, a nulla quello del Gaudente che lo piange accompagnato dalla folla dei paesani. Giunge la Quaresima (una fi gura bianca e magra a volte alzata sui trampoli) che impone il suo impero sotto il segno dell'austerità sacrale, della meditazione e con in mano un baccalà, aglio e cipolla del digiuno prepasquale.

Data per certa la morte del Carnevale, è il Notaio a leggere il testamento, dove si sintetizzano i fatti rilevanti dell'anno trascorso, gli atteggiamenti degli esseri criticati, le attese e le speranze comuni. A chi ha creduto in lui il Carnevale non ha lasciato niente, solo promesse; tutti lo abbandonano e solo l'arrivo dei Gobbi, «è morto il Carnevale chi lo sotterrerà // la compagnia dei Gobbi farà la carità», si preoccupa di deporlo nella bara, di organizzare il funerale e di rendergli l'estremo omaggio, prima di bruciarlo (il fantoccio al posto dell'uomo) in un rogo al centro del paese.

È qui che di nuovo avviene il ballo dei gobbi una caratteristica danza coreutica, con ogni probabilità trasmessa da gruppi di lavoratori del bosco venuti nella nostra zona dall'Appennino Tosco-Emiliano. I Gobbi con l'irriverenza della gobba posticcia, i volti sporchi di fuliggine, le barbe e i baffi spioventi, i cappellacci fl osci e le toppe sui pantaloni di velluto e sui corpetti, mimano infatti fi gure che ricordano direttamente la dura esistenza degli uomini della montagna, curvi sotto il peso del lavoro, intenti a tirare il segone, e dediti a rozze e bizzarre forme di solidarietà. Infi ne nella struttura scenica della drammatizzazione viene eseguita anche la punizione del lavoratore ribelle al tabù del Martedì Grasso: non si doveva assolutamente lavorare e chi non avesse rispettato questo divieto, veniva catturato, legato strettamente, caricato in un carretto e portato in giro per il paese a pagare da bere ed essere preso in giro da tutti. 

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