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Convento della SS. Trinità alla Selva

Il campanile in pietra permette di scorgere la chiesa da lontano, emergendo fra gli alti abeti bianchi del cosiddetto bosco dei frati.

La facciata presenta un portico a cinque arcate, tipico delle strutture meta di pellegrinaggi, sovrastato da un finestrone dipinto. A sinistra si accede nella cappella di Santo Stefano, mentre a destra vi è l'ingresso al convento. Una lapide collocata accanto al portone ricorda gli abitanti di Selva caduti nella grande guerra. Un'altra epigrafe, sopra un portoncino che conduce nei locali del monastero, ricorda il Granduca di Toscana Leopoldo II di Asburgo Lorena che visitò il luogo nel maggio 1846. La controporta in legno di castagno, apprezzabile manufatto decorato a intarsio, risale al 1891.

All'interno l'altare maggiore è sormontato da un crocifisso con una grande corona seicentesca, sorretta da alcune colonne. Nella navata sinistra si trova la sepoltura del conte Guido Sforza, con un epitaffio e un busto in bassorilievo.

Fra i dipinti presenti si distinguono, nella navata sinistra, la pala d'altare settecentesca raffigurante san Pasquale Baylon in adorazione davanti all'eucarestia e la tavola di Girolamo di Benvenuto da Siena con l’Assunzione della Vergine coi santi Girolamo, Tommaso e Francesco, dove in secondo piano si scorge il committente Guido Sforza in preghiera e la costa maremmana.

Sull'altare centrale della navata destra, la pala di terracotta robbiana raffigurante la Trinità, proveniente dalla chiesa sforzesca. Degni di menzione sono anche i confessionali lignei, di recente restaurati.

Dietro l'altare maggiore si trova un interessante coro in legno , al quale si accede dalla sala in fondo alla navata destra.

In questa sala, antistante alla sagrestia, è collocata la teca murata che contiene la parte superiore del teschio del "serpente" di cui narra una nota leggenda ambientata alla fine del Quattrocento, secondo la quale nel territorio viveva un presunto drago, detto anche "orrido serpente" o "cifero serpente" (probabilmente un coccodrillo fuggito dalla peschiera di Santa Fiora), seminatore di panico fra la popolazione, che fu abbattuto dal conte Guido II di Santa Fiora nella zona ancora oggi chiamata "Fosso Serpentaio", poco distante dal convento.

 

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