Terziere di Borgo

Il Borgo fu per lunghissimi anni la parte più popolata del paese e quella dove maggiormente trovarono collocazione botteghe artigiane e attività commerciali legate all’agricoltura e alla trasformazione dei prodotti agricoli. In una zona periferica del terziere, stretto fra il Convento delle Clarisse e il Convento agostiniano, fu collocato il Ghetto degli Ebrei.

Da Non Perdere

La Porticciola

La Porticciola, che chiudeva a mezzogiorno il primo nucleo fortificato, con struttura tipicamente medievale (all’interno, sopra un arco ribassato, mostra una finestrella ad archetto acuto trilobato richiuso, posta sull’architrave e, all’esterno, un arco semiacuto sormontato da tre mensole) introduce al Borgo, sviluppo naturale dell’antico abitato, probabilmente determinato da un’espansione demografica, delineatosi in modo definitivo a partire dal XIV secolo con l’edificazione del Convento agostiniano di San Michele Arcangelo.

Per penetrare nel cuore del Terziere si prosegue per Via Carolina (la strada nova) che offre notevoli scorci panoramici sui sottostanti tetti muschiati, sulla Peschiera e il Monte Labbro, sul corso alto della Fiora, sulla cui vallata si affaccia il Convento della SS. Trinità ed emerge il Sasso di Petorsola, monumento incantato dell’Amiata.

Chiesa di Santa Chiara

Ex Convento delle Clarisse (abbandonato nel 1992) e l’attigua Chiesa di Santa Chiara dove si conserva il cinquecentesco crocifisso miracoloso particolarmente venerato dalle popolazioni locali, tanto che il luogo è stato recentemente riconosciuto come Santuario.

Nel coro, oltre al crocifisso, sono conservati una ceramica raffigurante la Madonna con il bambino (anch’essa legata ad una leggenda e detta la Madonna dell’Ansidei), alcuni reliquiari (tra cui quello contenente le reliquie delle sante Flora e Lucilla) mentre non sono più esposti gli ex voto che erano numerosissimi e l’oggettistica sacra prodotta dalle stesse Clarisse, attualmente conservati presso il Museo diocesano di Pitigliano.

Piazzetta di Sant’Antonio

Percorrendo via Sant’Antonio, dove si incontrano altri esempi di architravi e finestre in peperino, votive in pietra e ceramica e un’interessante epigrafe (Deo primum tibique Sfortiae laus), si raggiunge la piazzetta di Sant’Antonio dominata dalla facciata dell’omonima chiesa seicentesca, di originaria pertinenza della prima struttura del Convento delle Clarisse.

Dedicato a Santa Chiara questo, fu eretto tra il 1610 e il 1640 per volontà della contessa Eleonora Orsini (il cui nome è ricordato nel portale della chiesa), moglie di Alessandro Sforza, conte di Santa Fiora e Duca di Segni, su sollecitazione di Passitea Croci, una mistica senese che, in quegli anni, promosse la costruzione di tre conventi di clausura (oltre a quello di Santa Fiora, uno a Siena e l’altro a Piombino).

Il Convento sorse su un pezzo di basamento di mura a scarpa (ancora ben visibile, in pietra di peperino, con feritoie e un cordolo di pietra che gira intorno) che delimitavano il paese a sud-est, inglobando anche la porta dei “Gobbacci” dalla quale si andava verso le Vigne, Selva e Castell’azzara, e di cui rimane ben visibile traccia della struttura.

La struttura originaria, già minata dal terremoto del 1778 (cui il paese scampò, secondo la leggenda, grazie all’esposizione in processione del Santo Crocifisso delle Clarisse, da cui poi ebbe origine la processione del 3 maggio), divenne ancor più obsoleta nel corso dell’Ottocento per i provvedimenti restrittivi del Governo napoleonico e, dopo l’Unità d’Italia, del Governo italiano.

Il Convento fu quindi abbandonato nel 1886, mentre era in costruzione la nuova struttura. I lavori furono completati tra il 1889 e il 1893. Per circa un secolo, la struttura originaria è rimasta abbandonata e in stato di rovina, senza subire interventi devastatori o modificatori. Recentemente, grazie ad un intervento voluto dall’Amministrazione comunale, sono stati restaurati i muri maestri della chiesa, il forno (ben visibile subito a destra della facciata della chiesa e ad essa annesso), le vecchie mura con inglobata la porta dei “Gobbacci”, la fonte (da tempo erano stati asportati i mascheroni, uno dei quali collocato in Peschiera) e la scala interna.

Via lunga – Piazza del Ghetto

Percorrendo la suggestiva via Lunga si entra in Piazza del Ghetto, dove risiedette, tra il XVI e il XVIII secolo, una piccola comunità ebraica.

La struttura del Ghetto è ancora ben visibile; è questa una delle poche piazze di Santa Fiora che abbia un solo accesso, delimitata, a est dal recinto murario delle Clarisse, la cui chiesa sembra quasi dominare e controllare l’area, e, a ovest dalle strutture di pertinenza del Convento agostiniano. Eventi franosi, succedutisi nel tempo, in particolare dopo l’Ottocento, impediscono però di ricostruirne la specifica fisionomia e la fila di case centrali, ospitanti anche la Sinagoga, non esiste più, per cui l’assetto attuale è quello di una piazzetta anonima contornata da case, con un parapetto che dà sulla vallata della Fiora e sul Sasso di Petorsola.

Piazza del Borgo

Percorrendo via Lunga o la parallela via degli Orti, ci si muove tra lunghe teorie di vecchie case in peperino, con mensole affioranti (dove in passato si esponevano al sole lana lavata o prodotti della natura e degli orti), con portali a sesto acuto, talora datati (XVI secolo), fino a raggiungere la prossima caratteristica piazza del Borgo che offre un bel panorama sulla struttura del centro storico soprastante e su originali loggiati che si aprono nei pressi, come la Loggia del liscio, da cui si scende verso la campagna fino al corso del fiume Fiora.

Chiesa di Sant’Agostino

Siamo nell’area dell’ex Convento agostiniano di san Michele Arcangelo, di cui si apprezza subito sul lato orientale della chiesa, l’elegante portale, per le originali decorazioni con motivi naturalistici nell’architrave, realizzate con elementi stilistici simili a quelli di alcuni portali di via dell’Olmo, nel Terziere di Castello. Continua a leggere…